Isola — Остров

L’isola — «Ostrov». 2006.
Siamo su un’isola nel nord della Russia: in un monastero ortodosso uno dei monaci mette in imbarazzo i confratelli con il suo comportamento stravagante e indisciplinato, nonostante la povera gente si rivolga speranzosa a lui considerandolo alla stregua di un santo. Ma padre Anatolij si comporta cos? in quanto ? scosso da un forte dissidio interiore, segnato com’? dai rimorsi per una colpa tremenda di cui si ? macchiato in giovent?.

Pavel Lungin, regista moscovita da anni trasferitosi a Parigi, testimonia con questo suo ultimo sentito lavoro una svolta spirituale nella sua vita di autore finora dedicatosi alle nuove figure sociali della sua patria di origine (Le nozze, 2000, L’oligarca, 2002, fra i pi? recenti).

Il russo punta molto in alto con questo suo L’isola, racconto drammatico di una vita vissuta nella penitenza e nel rimorso, che unisce echi tolstojani a certa cine-topografia di Kim Ki-duk (fin dal titolo che richiama il capolavoro del coreano del 2000): siamo infatti in un luogo isolato dal mondo, in mezzo ad una natura selvaggia in cui l’essere umano ha la possibilit? di confrontarsi con i suoi demoni e con il senso della propria vita.

Il monaco Anatolij ha commesso un atto vergognoso, uccidendo un commilitone durante la Seconda guerra mondiale (pur costretto dai nazisti e per potersi salvare la vita). Si rifuger? appunto in un convento e impiegher? tutta la sua esistenza ad «elaborare» (diremmo noi con linguaggio psicanalitico) il suo atto di vilt?; ma ? meglio espiare un peccato indelebile, secondo l’ottica ascetica del tormentato eremita e secondo le parole di un Lungin che con questo lavoro sembra riscoprirsi uomo di fede.

Qui la storia ? coinvolgente, il personaggio si fissa nella mente dello spettatore come uno di quei «santi idioti», o «pazzi in Cristo» della tradizione ortodossa, ma anche uno scioglimento finale fra lo spiritistico ed il sensazionale non ci convince a spendere l’altrove spesso abusato termine di «capolavoro».



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